La società del confinamento

Originariamente pubblicato in lundimatin#238, il 13 aprile 2020

« SI SOFFOCA QUI DENTRO, NO ? »

Nel settembre 2019, La Parisienne Libérée ha pubblicato un piccolo libro verde intitolato « Le nucléaire, c’est fini » (vedi i nostri articoli qua e ). L’ultima parte di questo libro lancia un appello che oggi risuona in modo singolare – « Cerchiamo di essere inconfinabili » – e propone di definire l’attuale regime disciplinare come quello di una « società di reclusione ». Riproduciamo qui alcuni estratti di queste riflessioni premonitrici.

Ci si può interrogare sulla funzione del concetto di confinamento. Chiaramente, non è lì per impedire la dispersione di materiali radioattivi, ma forse ha altri usi, sociali e politici? Poiché gli Stati nucleari non hanno potuto, né hanno voluto, tenere prigioniere le loro produzioni belliche, non hanno realizzato industrialmente i mondi chiusi di cui si vantavano di avere la padronanza tecnologica, è ora direttamente a noi che si applica l’ingiunzione di confinamento.

L’INTORNO È OVUNQUE

Accanto all’industria chimica, degli idrocarburi, biologica, edile e automobilistica, l’energia nucleare ha dato un importante contributo alla definizione e all’istituzione di un regime disciplinare che è una fase avanzata di pratiche di contenimento e di controllo – una società di confinamento. Le persone che si conformano alle norme di queste società vivono un particolare tipo di isolamento: gli spazi ‘esterni’ che attraversano tendono a diventare ‘interni’. Mentre nei modelli di reclusione, la prigione è vista come un’interiorità chiusa e custodita, in una società di reclusione, questa condizione di « essere sotto controllo » diventa la norma. Il ruolo che un tempo la « società » svolgeva come esterno aperto e desiderabile, in relazione al mondo chiuso del carcere, tende a diventare inutile, a svanire (e con esso l’idea che la libertà di movimento sarebbe stata fondamentale). I confini si addensano, le recinzioni sono in fase di costruzione, le porte si chiudono.

La formula « metro, boulot, dodo » (metropolitana, lavoro, dormire) può essere stata una prima intuizione di questa nuova continua interiorità, perché descrive una circolazione tra mondi certamente aperti l’uno all’altro, ma che insieme formano un universo chiuso in se stesso. Più vicino a noi nel tempo, il presunto spazio aperto è, come non indica il nome, un perfetto esempio di spazialità chiusa. La sua interiorità chiusa si percepisce come aperta, mentre rimane confinata in un labirinto di muri isolanti e di piante verdi. Quando si lascia lo spazio aperto e si arriva in un parcheggio, per salire in auto o in autobus e tornare a casa, a che punto si è veramente « fuori »? Ma questo non riguarda solo le categorie « attive » del neoliberismo. Nei villaggi e nei quartieri, anche se il confinamento è meno avanzato, i suoi effetti si fanno sentire da diversi decenni. I bambini giocano meno per strada, ci sono meno spazi comuni dove i nonni e le nonne possono prendere il sole, meno caffè vivaci, meno discussioni estemporanee tra vicini. Le piazze tendono a diventare silenziose, abbandonate da abitanti confinati – non dappertutto, per fortuna.

Quando ci si sposta da uno spazio interno ad un altro, quando si passa attraverso questo tipo di tunnel a geometria variabile, non ci si muove più tanto in un ambiente « aperto » o « chiuso », ma piuttosto in quello che dovrebbe essere chiamato « ambiente mobile ». Viaggiando attraverso gli interni (abitazioni, caffè, luoghi di lavoro) e gli pseudo-esterni (trasporti, parcheggi, supermercati, strade, stadi, parchi, piscine), i movimenti si scontrano rapidamente con una serie di limiti e confini: i confini, quegli spazi appena ai margini della fine, cominciano a farsi sentire. Lo spazio interno, che immaginavamo infinito, sembra improvvisamente più piccolo. La libertà di movimento, anche per chi ancora teoricamente gode di questo diritto, diventa illusoria, nella misura in cui non ci permette più di lasciare gli infiniti percorsi che ci sono stati tracciati al nostro interno, all’interno dei quali le nostre macchine segnalano le nostre presenze e le nostre assenze, tra due aree video monitorate. In altre parole, anche il fatto di muoversi all’interno di mondi non riesce più a farci dimenticare che viviamo in uno spazio ristretto, senza porte o finestre. Rimanete a casa, obbedite agli ordini di confinamento e attendete istruzioni. Si soffoca qui dentro, no?

DEFINIZIONE

Se la reclusione si concentra sul controllo degli scambi (tra un detenuto e chi li sta intorno, per esempio) e se l’isolamento è una modalità di reclusione che tende a ridurre drasticamente e temporaneamente la possibilità di questi scambi (isolamento), lo scopo del confinamento, come lo intendiamo noi, è quello di interrompere questi stessi scambi, per impedirli. Lo scopo dell’operazione è quello di ottenere un confinamento più completo, che tende a abolire ogni rapporto con l’esterno, al punto da farci dimenticare l’esistenza stessa di questo altrove. Poiché l’esteriorità non è più circondata o addirittura rappresentata, tende a diventare distante, confusa. Questa è una fortuna per gli industriali, perché mentre tutti navigano tra i diversi ambiti normativi dell’Interno, i predatori industriali hanno libero sfogo « fuori » per organizzare attacchi e saccheggi, cioè per portare avanti i loro progetti. Militari o civili, nucleari o chimici, i maggiori confinanti hanno in ogni caso concordato. Mentre predicano le virtù dell’ermetismo in ogni modo, le loro pratiche sono assolutamente contrarie ad esso. Consistono nel divorare le nostre risorse collettive e poi spargere su di esse prodotti tossici, per assicurarsi che non siano mai utili a nessun altro. Così, sperano, saremo presto i clienti prigionieri delle loro prossime offerte e compreremo, un giorno di grande sete, la bottiglia di acqua contaminata che ci venderanno ad un prezzo d’oro.

 

INCONFINABIL*

Fin dai primi sviluppi scientifici e militari, poi attraverso tutti i miraggi elettrici della modernità all’americana, e ancora recentemente nei loro tentativi di imporre il Cigeo, i promotori dell’atomo hanno sempre messo al centro della loro propaganda la nozione di confinamento: in una situazione « normale », la radioattività è confinata; in una situazione « accidentale », è la popolazione che deve essere confinata. Questo standard definisce, per così dire, il passaggio tra i due mondi, sapendo che il secondo non avverrà mai – questo è ciò che è stato ufficialmente pianificato. Ma mentre i mondi si contaminano, la popolazione che deve essere rinchiusa siamo noi, e non siamo solo poche centinaia di malattie contagiose. Siamo milioni, siamo inconfinabil*! Questo non rappresenta un problema importante nello stato nucleare. Da un lato, non ha mai avuto l’intenzione di confinarci, ma piuttosto di rinchiuderci in edifici in cui la legislazione richiede una ventilazione, che è una visione relativa e paradossale del confinamento. Dall’altro, la maggior parte di noi è già sufficientemente chiusa e, in varia misura, isolata in spazi controllati dall’interno, per poter permettere una certa interazione. Lasciamo-l* parlare tra di loro, fornirà materiale per le procedure. (…)

 

DECONFINIAMO!

Il confinamento, come lo intendiamo qui, si manifesta così come un regime di isolamento con una tendenza totalitaria e un carattere militare. È un’organizzazione sociale soffocante, che è stata costruita intorno a una menzogna, quella della possibilità stessa di un confinamento industriale sostenibile dei materiali tossici. Ha trasformato questa menzogna in una norma, sulla quale sono state costruite le attività industriali, e che è proseguita nell’automatismo disciplinare di una società sempre più chiusa da tutte le parti. Così, proprio come queste nuove forme di organizzazione sociale asfissiante, vediamo ora le manifestazioni trasformarsi regolarmente in nidi. Si può anche pensare alle ultime manifestazioni contro la legge lavoro, come quella del 23 giugno 2016 a Parigi, dove il corteo si è ridotto a ruotare intorno al bacino dell’Arsenale, essendo l’intero percorso « circoscritto » a questo perimetro ristretto. In questo contesto, si potrebbe forse interpretare i gilet gialli come un profondo e improvviso movimento di deconfinamento della società francese, un momento storico in cui mondi interni che non erano stati fuori mano per anni, non si erano incrociati per anni, hanno improvvisamente deciso di unirsi in un nuovo spazio comune, al di fuori dei quadri e delle norme che normalmente regolavano le loro limitate interazioni sociali. Ciò è stato particolarmente vero nel dicembre 2018, e la scelta della rotonda come luogo di lotta è stata, naturalmente, molto saggia, poiché incarna perfettamente la pseudo-esteriorità, il luogo che sembra essere « fuori », ma la cui circolazione è così marcata dall’interno che le persone che la usano abitualmente non possono essere considerate come se vi circolassero « liberamente ». Siamo su una rotatoria, considerata come una superficie. Cosa succede quando si fa qualcosa su quella superficie che non è previsto, o meglio, cosa non è previsto che si faccia su quella superficie, cioè quando si cammina lì, si passa il tempo con i vicini e gli sconoscuti, si costruiscono capanne, si balla e si condivide un caffè? La rotonda, quindi, cambia completamente il suo status territoriale, la sua spazialità: non vi si è più confinati in un veicolo intrappolato in un flusso di traffico organizzato da ordini di circolazione stradale o da ringhiere. Al contrario, la rotonda diventa una piazza pubblica, un’agorà, uno spazio aperto, si sconfina. Questa geniale intuizione dei gilets gialli non è stata l’unica. Il movimento ha inoltre adottato come abbigliamento e segno di riconoscimento un giubbotto di sicurezza che si riferisce direttamente al mondo dell’industria e ai suoi standard. Anche senza nominare il nucleare, che era in gran parte assente dalle parole d’ordine e dalle richieste, i gilets gialli hanno di fatto costituito una sorta di corium popolare, una massiccia liberazione di abitanti fluo nell’atmosfera politica, alcuni dei quali hanno espresso in modo molto esplicito il desiderio di rinnovare gli scambi e di resistere alle ingiunzioni di confinamento. Non per niente i sostenitori dell’ermetismo hanno passato diversi mesi a ordinare loro di stare a casa.

Estratti da « Soyons inconfinables », quarta parte del libro « Le nucléaire, c’est fini », pubblicato nel settembre 2019 (pagine 204-212) da La Fabrique.

Un video è allegato a questo articolo:

La rivoluzione è una questione tecnica.

 

11/05/2020

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